Il dono dell’ascolto

La grande trasformatrice
6 Ottobre 2025
La grande trasformatrice
6 Ottobre 2025

“Quando parli stai solo ripetendo quello che già sai, ma se ascolti potresti imparare qualcosa di nuovo.” Cit.Tenzin Gyatso (XIV Dalai Lama)

Parto da questa citazione per addentrarmi in un tema caldo, chiave della professione che svolgo, ma anche processo continuo intrapsichico per ognuno di noi, di cui non sono certo esente io stessa.

Ascoltare è davvero un’arte, richiede esercizio, pazienza, capacità di interrompere il nostro dialogo interiore pronto a voler rispondere subito qualcosa al nostro interlocutore e personalmente mi ha richiesto un tempo di dedizione avviatosi tempo fa con il mio percorso formativo professionale, che ringrazio spesso e volentieri dentro di me per avermi traghettato in una modalità di stare con l’altro decisamente diversa da quella di un tempo e che continua il suo corso di avanzamento e miglioramento, anche grazie agli incontri con le anime preziose che accompagno nei percorsi di counselling.

Ascoltare deriva dal latino auscultāre, composto da auris (“orecchio”) e un elemento connesso al verbo caltare (stare a sentire), quindi il suo significato originario ci parla di una modalità di ascolto profonda, che non indica solo un prestare l’orecchio, bensì un “udire con attenzione”, implicando un atto attivo e consapevole, non passivo, radicato nel concetto di prestare cura e attenzione.

Nella realtà possiamo ascoltare a diversi livelli. Uno meccanico/passivo, in cui riceviamo dei suoni, delle parole, ma non le elaboriamo, quindi ascoltiamo distrattamente, mentre siamo focalizzati su altro. Vi è mai capitato di ascoltare la Tv ma intanto parlare al telefono con un amico? Oppure mentre siete seduti con qualcuno d un tavolo mentre ci sta parlando, volgere lo sguardo al telefono per rispondere ad un messaggio whatsapp? Tutti esempi semplici per rendere l’idea del tipo di ascolto in questione.

Un secondo livello è quello attivo/razionale, in cui comprendiamo le parole, il loro significato logico, elaboriamo, riformuliamo il messaggio, cerchiamo di capire il significato logico e i fatti, prestiamo attenzione, poniamo domande per chiarire e parafrasiamo per confermare la nostra comprensione.

Infine quello profondo/empatico, dove ascoltiamo emozioni, valori, il famoso “non detto”, creando una connessione empatica. Percepiamo lo stato emotivo, i desideri, il contesto più ampio, con presenza totale e sintonia emotiva.

Livelli che indicano una progressione dalla semplice udienza alla piena comprensione e connessione, quindi livelli ben distinti tra loro che richiedono in primo luogo il riconoscere quale tipo di ascolto mettiamo in campo e soprattutto la volontà di affinare tale capacità, per muoverci verso un tipo di comunicazione e di relazione che porta una nota qualitativa ben diversa.

Come ormai ben noto, non puoi dare ciò che non hai, quindi se ti accorgi che il livello di ascolto si ferma al primo o al secondo livello, chiediti quanto sei in grado di ascoltare te stesso? Quale livello di ascolto poni a te stesso? Potremmo credere di essere in grado di ascoltare gli altri e forse in parte lo siamo, ma se non sappiamo stare con noi stessi (ti ricordo il verbo caltare menzionato all’inizio, ovvero stare a sentire) potremmo anche avere una modalità propensa all’altro, ma riscontrare difficoltà nel semplice, seppur arduo, “stare a sentire” nel senso più profondo del termine e tentare subito di trovare una soluzione. Qui è doveroso soffermarmi sul verbo sentire, che derivando dal latino sĕntire rimanda alla capacità di percepire attraverso i sensi, ma anche ad avere coscienza di ciò che sentiamo, ovvero l’atto di percepire sensazioni fisiche e interne, in sintesi esserne consapevoli. Vi è mai capitato di sentire la tristezza dell’altro, che magari la sta anche manifestando chiaramente e di voler subito sentire l’impeto di dargli una formula magica per uscire da quello stato? Che rapporto avete con la tristezza, giusto per menzionare la prima emozione che mi è venuta da riportare, che vi spinge a cercare subito un modo per far uscire l’altro da questo suo sentire? Ecco qui un esempio concreto su cui si basa quanto detto prima, di cui conosco bene la modalità perché per tantissimo tempo io stessa l’ho messa in atto e sapete perché? Perché ero la prima a non sapere stare con certe emozioni e le ragioni sono molteplici, ma non voglio dilungarmi ora  sulle motivazioni di fondo. Pensate solo a quante volte avete sentito dire: dai non essere triste, tutto passa, vai a farti un giro che ti distrai! Una modalità tanto in voga nella nostra cultura da rendere l’esempio quasi banale, ma spero di aver reso l’idea.

Se c’è una cosa che ho imparato, sia dal punto di vista personale che professionale, è che solo nel momento in cui ci diamo il permesso di stare in ascolto con noi, di stare a sentire profondamente noi stessi, senza giudicare o etichettare, possiamo passare al terzo livello di ascolto e come anticipavo questa modalità richiede un esercizio di stile, un modo di relazionarci in primo luogo a noi stessi, così da poterlo poi portare al di fuori, offrendo ciò che abbiamo, un avere inteso come qualcosa che incarniamo. Credo possiate capire in autonomia quanto le teorie stiano a zero se le cose non le viviamo direttamente, se non le sperimentiamo su noi stessi e il mio invito è proprio questo, sperimentate la differenza che intercorre tra ascoltare in modo meccanico o razionale voi stessi a quello empatico/profondo, perché qui c’è una chiave fondamentale, da cui non solo dipende il nostro stare bene individualmente, ma anche la possibilità di scoprire la connessione profonda con il prossimo e la connessione più intima ed elevata con altri livelli; livelli più sottili sempre presenti che non aspettano altro che la nostra attenzione, il nostro ascolto, per guidarci illuminando la nostra esistenza.

Buona sperimentazione e se proprio da soli non riuscite, chiedete a qualcuno che possa sostenervi e guidarvi, è il dono più prezioso che possiate volgere a voi stessi e agli altri.

Photo by bruce-hong – unsplash